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Protesi di Caviglia: il ruolo delle solette Noene nel pre e post operatorio

Protesi di Caviglia: il ruolo delle solette Noene nel pre e post operatorio

L’artrosi di caviglia è una patologia degenerativa che coinvolge le articolazioni in tutte le loro componenti: cartilagine che le riveste, osso sottostante, capsula e legamenti.

Persino i muscoli deputati al movimento di un’articolazione artrosica vengono coinvolti, diventando ipotonici ed ipotrofici. Ovviamente, questo determinerà degli adattamenti sulle articolazioni vicine, che subiranno stress meccanici maggiori, soprattutto nelle articolazioni soggette al peso corporeo, come quelle degli arti inferiori. Ecco, spiegato in termini generali, perché un organismo possa beneficiare di un plantare in grado di svolgere in pieno la funzione di “shock-absorber” e pertanto di ridurre gli stress non solo sulle articolazioni malate, ma anche su quelle vicine.

protesi di caviglia Artrosi di caviglia: diagnosi e differenza con artrosi all’anca e ginocchio

La caviglia è un’articolazione in cui le superfici combaciano tra loro in maniera perfetta. Questo offre un grande vantaggio: molto raramente la caviglia diventa artrosica durante il processo d’invecchiamento. È una struttura talmente efficiente, che sembra davvero non essere “soggetta ai segni del tempo”. Questa perfezione anatomica è un vantaggio, che, però, può trasformarsi in un “tallone d’Achille”, quando viene compromessa. In caso di frattura, traumi che inducano lesioni legamentose complesse e conseguente instabilità, o malattie infiammatorie sistemiche (per esempio, artrite reumatoide), l’alterazione della geometria della caviglia la mette a rischio di sviluppare artrosi. Si tratta, pertanto, rispetto ad altre articolazioni, di pazienti generalmente più giovani e nel pieno della loro fase attiva della vita. Ecco spiegato perché in una fase iniziale di insorgenza artrosica, prima di pensare alla chirurgia, è bene cercare di ridurre lo stress sulla caviglia.
 Questo è il razionale di una iniziale terapia conservativa con plantari che abbiano in primis una finzione di shock-absorber.

Il trattamento conservativo nell’artrosi di caviglia

L’artrosi di caviglia è una patologia infiammatoria cronica, pertanto, è irreversibile. Non è possibile chiedere ad alcuna terapia fisica di “guarire” dall’artrosi. D’altro canto, non ogni paziente affetto da artrosi è un candidato alla chirurgia. Infatti, soprattutto nel caso di artrosi di caviglia, che deve guidare il paziente nella scelta chirurgica è la sintomatologia. Un paziente che cominci a sentire i sintomi (dolore, gonfiore, rigidità), ma che non lamenti alcuna limitazione nella sua qualità della vita, è il candidato ideale a un iniziale trattamento conservativo. La cura ideale dovrebbe avere l’obiettivo di ridurre l’infiammazione dei tessuti molli locali, cercando di favorire l’iperossigenazione dei tessuti molli Questo è un ruolo che può essere svolto da terapie fisiche, quali onde d’urto e TecarTerapia. Un’ulteriore tecnica di bendaggio, chiamata Kinesiotaping, può contribuire a mantenere più a lungo nel tempo i benefici sulle strutture miotendinee offerte dalle terapie. Ovviamente, però, la caviglia è un’articolazione che lavora in carico, sollecitata costantemente dal peso del corpo. Pertanto, terapie fisiche isolate avranno un risultato ridotto nel tempo. L’ideale è associare questo benefico stimolo “biologica” a terapie conservative che abbiano un ruolo biomeccanico e rendano più fisiologico l’appoggio. È bene osservare che i pazienti con artrosi di caviglia sono spesso affetti da concomitanti deformità esistente dai traumi subiti. Si tratta di deformità rigide, che difficilmente sarebbero compensate con successo da plantari con finalità “compensative”. Sono piedi e caviglie ormai rigidi, che più che di una “ correzione” o di un compenso hanno bisogno di vedere ridotto lo stress cui vanno soggetti. Quindi, il ruolo di una soletta shock-absorber  Noene® diventa prioritario in attesa di un intervento chirurgico risolutivo.

Il trattamento chirurgico: protesi di caviglia e artrodesi

L’artrosi di caviglia ha, purtroppo, un’inevitabile evoluzione. La deformità e la rigidità frequentemente peggiorano fino al punto in cui il paziente zoppica, avverte gravi limitazioni durante il cammino, anche per brevi tratti e soffre di una sintomatologia invalidante presente anche a riposo. Giunti a questo stadio, è difficile prevedere un ruolo per le terapie conservative. In questi casi, la soluzione diventa chirurgica. Fino ad una ventina di anni fa, l’unica soluzione praticabile era l’artrodesi di caviglia, ossia una fusione dell’articolazione a 90°. Questa si è rivelata una soluzione relativamente efficace nel controllo del dolore, ma al prezzo di sacrificare un normale passo fisiologico, che consta del movimento della caviglia. Ecco perché negli ultimi venti anni sono state proposte e sviluppate protesi di caviglia, che, posizionate nell’articolazione, ne permettessero il movimento senza dolore. Si tratta di una chirurgia oggi diventata molto efficace, grazie all’evoluzione dei design protesici, ma che è consigliabile programmare in centri di riferimento e con chirurghi dedicati alla patologia. Infatti, oggi l’evoluzione dei design protesici ha portato alla possibilità di eseguire interventi chirurgici con incisioni sempre più piccole e con impianti sempre meno invasivi e più a misura di “caviglia”, in grado di ridare la sensazione al paziente di avere una caviglia che appoggia a terra, che muove e che permetta un passo fisiologico.

La riabilitazione dopo la protesi di caviglia

L’intervento di impianto di protesi di caviglia è oggi diventato un intervento che richiede dai due ai 4 giorni di ricovero, ma che necessita di un periodo di scarico di circa 3-4 settimane. Dopo un periodo di scarico, per quanto limitato come questo, può risultare difficile tornare ad appoggiare a pieno carico l’arto operato. Per questo motivo, si programma un periodo di “adattamento” con un tutore che permetta un appoggio fisiologico, favorisca il movimento, ma impedisca gesti sbagliati. Passato questo periodo, generalmente a 5-6 settimane dalla data dell’intervento, il paziente viene incoraggiato a caricare con normali calzature e ad abbandonare velocemente l’utilizzo delle stampelle, in modo da essere in grado di tornare alla propria vita in un periodo che oscilla tra i 2 ed i 3 mesi dall’intervento. Ovviamente in questa fase di recupero gioca un ruolo fondamentale l’aspetto riabilitativo e propriocettivo. La riabilitazione interviene su muscoli e tendini, che troppo a lungo non hanno funzionato o lo hanno fatto impropriamente. Ecco che diventa fondamentale l’attività di stretching del tricipite e dei flessori, più ancora del potenziamento muscolare. Contemporaneamente, la rieducazione propriocettiva gioca un ruolo predominate. Significa aiutare il piede e la caviglia del paziente operato a prendere di nuovo confidenza di con la funzione recuperata. In questa fase giocano un ruolo determinante due fattori: l’acqua (camminare nell’acqua); l’uso di plantari shock-absorber. In particolare, una soletta Noene® in grado di assorbire oltre il 90% dello shock meccanico a cui viene sottoposto un paziente può significativamente facilitare un ritorno più veloce alle normali abitudini, riducendo l’insorgenza di dolori e patologie tendinee ella caviglia e di aree vicine a quelle di intervento.